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FANTARCHEOLOGIA

Fantarcheologia

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Partecipando alle lezioni di metodologia della ricerca archeologica del dipartimento di Beni Culturali dell’università di Bologna, la prima questione sulla quale il professore si è focalizzato è stata quella di dimenticare tutto ciò che sapevamo (o pensavamo di sapere) sull’archeologia.

Molti di noi, che di questa materia ne avevamo fatto il nostro obiettivo di vita, ci siamo un po’ preoccupati: in realtà, ciò che ci è stato raccontato dopo, non è stato così spaventoso né così surreale.

I programmi televisivi, le riviste, i libri per bambini, i film, veicolano (tendenzialmente) lo stesso messaggio: l’archeologia è avventura, magia e mistero. Ecco perché, quando si racconta di voler far questo di mestiere, molte persone dicono “anche io da bambin* avevo questo sogno!”.

Crescendo però, il numero di persone che vuole intraprendere questo percorso diminuisce pian piano, finché soltanto pochi superstiti si riuniranno un pomeriggio infrasettimanale davanti la macchinetta del caffè, parlando di quanta terra abbiano inghiottito durante gli scavi estivi o che tipo di ustione si siano presi.

Eppure il mito per l’archeologia rimane, tra bambini e adulti che sono al di fuori di questo mondo: come mai?

Proprio per i mezzi di comunicazione sopracitati: tutto ci parla di un’archeologia fantastica, fatta di oro, maledizioni, fughe e di un gran coraggio.

È davvero così? Ovviamente no:

L’archeologia è una disciplina a metà tra le scienze dure e le materie umanistiche. Richiede dunque studio e impegno, oltre che una forte resistenza fisica e mentale a molte ore di lavoro in condizioni climatiche intense.

Fu la scoperta da parte di Howard Carter e la sua squadra della tomba del faraone Tutankhamon che secondo molti causò quella che viene definita “perdita dell’innocenza” dell’archeologia, ovvero una concezione distorta del ruolo dell’archeologo e della sua ricerca: infatti dopo la sensazionale scoperta, iniziò a diffondersi l’idea che il ritrovamento della tomba dell’antico faraone abbia maledetto tutta l’equipe di studiosi (poiché molti persero la vita più o meno nello stesso periodo, ma si trattò, ovviamente, di una semplice coincidenza).

Secondo la cultura pop del ‘900 dunque, questo mestiere riporterebbe alla luce reperti maledetti, magici, divini o alieni (secondo molti le piramidi furono costruite da civiltà extraterrestri!). Queste concezioni rientrano nel termine di “fantarcheologia”, un’archeologia dunque legata al fantastico e al surreale.

Ovviamente la “fantarcheologia” fu ampiamente commercializzata: tramite videogiochi, pubblicità, programmi televisivi, oggetti di qualsiasi tipo. Questi articoli furono, e sono ancora oggi, venduti a caro prezzo, e si possono trovare ovunque, su internet, nei negozi turistici, negli shop dei musei. Le stesse città che ospitano determinate scoperte incentivano un business enorme che va di pari passo con il fenomeno del capitalismo sfrenato, insieme a quello della ridicolizzazione ed estremizzazione dell’archeologia. Un’impronta altrettanto decisiva la lasciarono i film, come La Mummia, Indiana Jones, Lara Croft, e così via. Ricordo l’entusiasmo che avevo da bambina nel vedere le fantastiche avventure di questi personaggi, che accrebbero sempre di più (inconsciamente) la mia curiosità. E io stessa (lo ammetto) ho in casa una collezione abbastanza ampia di libri e oggetti non proprio in linea con ciò che l’archeologia sia realmente.

Altro aspetto importante da sottolineare, sta nel fatto che c’è un legame veramente profondo tra discipline storico – archeologiche e “costruzione identitaria”. I tentativi di revisionismo storico non sono così pochi; e le implicazioni geopolitiche a cui essi portano non sono da sottovalutare.

Quando si parla di “riconquista dell’identità” per una maggiore consapevolezza del vivere civile, i programmi politici, al di là di qualche circoscritta azione di valorizzazione, non mettono in campo risorse adeguate.

Quando l’archeologia però potrebbe essere impiegata come mezzo di propaganda politica o strategie militari, allora diventa la protagonista indiscussa.

Il collegamento con il fascismo è lampante: il termine stesso deriverebbe dai fasci littori, utilizzati dai consoli e dai littori per irrogare la pena capitale per decapitazione. Simbolo spesso utilizzato era quello dell’Aquila, che nella Roma antica era simbolo del potere imperiale. La romanità del passato crea dunque le basi di questa ideologia (anche se dobbiamo sempre ricordare che fenomeni di questa portata non hanno origine univoca). Sicuramente ci sono infatti altri contesti di riferimento entro i quali inserire la nascita del fascismo, ma l’archeologia è uno dei denominatori comuni più importanti.

Non solo: sempre negli anni della seconda guerra mondiale, sia gli Alleati che l’Asse, hanno sfruttato le conoscenze archeologiche per individuare siti strategici o recuperare artefatti che potessero avere un valore politico o militare. Ci sono casi in cui gli agenti segreti hanno operato sotto copertura come archeologici per accedere a determinate aree o informazioni sensibili.

Ad esempio il regime nazista utilizzò il reparto di archeologia militare per cercare antichi manufatti in territori occupati, come la Francia, che avessero un potenziale valore propagandistico o politico. I nazisti cercavano infatti di dimostrare la superiorità della cultura tedesca appropriandosi di manufatti culturali di altri paesi. Inoltre, la confiscazione di queste opere avrebbe potuto privare i paesi occupati dei loro simboli culturali e identitari, indebolendoli e rafforzando il controllo nazista. I servizi segreti tedeschi inoltre miravano a sfruttare conoscenze archeologiche per individuare risorse strategiche nei territori occupati. 

Allo stesso modo gli Alleati utilizzarono esperti archeologhi per valutare i danni ai monumenti storici durante i bombardamenti e per individuare potenziali nascondigli dietro rovine antiche. Con l’operazione “Mincemeat”, i segreti britannici utilizzarono un cadavere e documenti falsi per ingannare le forze dell’Asse sulle intenzioni degli Alleati riguardo lo sbarco in Sicilia, dimostrando come lo spionaggio possa essere utilizzato all’interno di contesti storici e archeologici. 

La questione è sempre quella: l’informazione viene manipolata. L’idea dell’archeologia è dunque spesso stata distorta, per interessi molto vari. Chi fa parte di questo ambiente ha un potere molto forte e l’attenzione nella corretta informazione e divulgazione deve essere massima.

Il fenomeno delle “fake news” sembra recente ma non lo è: la manipolazione storica/archeologica è sempre esistita. Oggi però, al contrario delle epoche passate, abbiamo molti più mezzi per analizzare le informazioni che ogni giorno ci vengono propinate. La soluzione per evitare di incorrere in un’archeologia falsa o fantastica risiede in una sana curiosità basata sulla validità e sicurezza delle fonti.

Note

Appunti lezioni metodologia della ricerca archeologica dell’università di Bologna, campus di Ravenna, dipartimento di Beni Culturali.

2010 – Mario Torelli, Fascismo e archeologia. Creazione e diffusione di un mito attraverso i francobolli, in R.Olmos-T.Tortosa-J.P.Bellón (edd.), Repensar la Escuela del CSIC en Roma, Madrid 2010, pp. 385-405

Monti, S. (2023b, July 4). Archeologia e politica: favorire l’identità di un territorio senza retorica identitaria. Archaeoreporter.

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Partecipando alle lezioni di metodologia della ricerca archeologica del dipartimento

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